People first o Tech first? Come sta cambiando il lavoro

29 OTT 2025 People first o Tech first? Come sta cambiando il lavoro

Pubblicato da Mara Carotenuto e Laura Zanfrini

Di Mara Carotenuto e Laura Zanfrini

I titoli di giornale delineano lo spazio di discussione: le organizzazioni del futuro manterranno le persone al centro o investiranno in tecnologie per sostituire i lavoratori e le lavoratrici?

Il futuro del lavoro si gioca sempre più tra due poli: People first o Tech first?

La domanda ci sembra mal posta. Per questo, con la Community ZaLa Future Room, abbiamo avviato una riflessione per approfondire entrambe le prospettive che, nella realtà delle aziende, convivono, si intrecciano e si ridefiniscono a vicenda.

L’incontro del 26 settembre 2025 ha attivato un’osservazione, che non si fermerà qui, sistematizzando la ricerca di dati e punti di vista, come è nella nostra tradizione di osservazione delle organizzazioni basata su dati e critica.

Il nostro interesse è andare oltre la contrapposizione di breve, per immaginare un futuro più progettato; come guidare la trasformazione digitale e dell’IA adottando tecnologie moderne senza per questo perdere di vista il valore che le persone portano all’eccellenza e all’innovazione?

 

Dal “perché” al “come” del lavoro

La nostra community ha già avviato il ridisegno del lavoro. Il sondaggio realizzato durante l’incontro ha messo in evidenza che il 91% dei partecipanti utilizza già strumenti di intelligenza artificiale nelle proprie aziende, principalmente per:

Ottimizzare attività operative e velocizzare processi ripetitivi,
Pianificare il lavoro e gestire dati e comunicazioni,
Creare o revisionare testi, presentazioni e contenuti.

Questo ridisegno, se visto da una prospettiva più ampia ci dice che siamo oltre il tempo in cui le organizzazioni ridefinivano soltanto il “perché” del lavoro – il suo senso e impatto sociale, influenzato da nuove generazioni e cambiamenti globali – ma che siamo entrati nel tempo in cui dobbiamo ripensare, profondamente, il “come” del lavoro.
La psicologa organizzativa Constance Noonan Hadley parla a questo proposito di contratto operativo: il modo concreto in cui il lavoro viene svolto, condiviso e organizzato per non ridurci ad introdurre solamente sistemi e/o strumenti tecnologici.

Superare il semplicistico concetto di adoption per immaginare impatti “a scala” delle tecnologie ma anche per stimolare utilizzi più personali e riflessivi: l’IA come supporto cognitivo, di ispirazione o spazio di pensiero, anche al di fuori dei processi aziendali.

Jensen Huang, ceo di Nvidia, ce lo ricorda ancora oggi «Ogni lavoro sarà influenzato dall’intelligenza artificiale, e immediatamente. È fuori discussione», «Non perderai il lavoro a causa dell’AI, ma lo perderai a causa di qualcuno che la usa» (Global Conference del Milken Institute – Maggio 2025).

Con l’arrivo dell’IA, dunque, il “come” del lavoro sta cambiando rapidamente, spostando il potere verso chi sa usare la tecnologia per decidere, creare e collaborare.
Ma se le macchine accelerano, le persone chiedono senso, visione e fiducia.
La domanda diventa quindi: la tecnologia c’è, ma per fare cosa?

Non è un caso che anche l’Università di Stanford si sia posta la stessa domanda. Per questo ha lanciato una Grand Challenge che invita studiosi e ricercatori a proporre idee su come l’IA possa aiutarci a ridefinire le nostre organizzazioni, andando oltre la ricerca di produttività individuale, e ridisegnando la collaborazione umana.

  • Allineamento strategico: decisioni coerenti con le priorità globali;
  • Coordinamento: ruoli chiari e collaborazione fluida;
  • Flusso informativo: dati condivisi e aggiornati in tempo reale;
  • Design organizzativo: integrazione dinamica tra persone e IA;
  • Cultura e ascolto: monitoraggio continuo di valori e engagement.

Sono cinque le aree attorno alle quali cercano idee (che evidentemente ancora scarseggiano fuori e dentro le organizzazioni) di applicazione di IA.

Tutte le aree sono prioritarie? Durante l’incontro abbiamo chiesto ai partecipanti quale di queste aree fosse oggi la priorità nelle loro organizzazioni: Flusso informativo (33%), Design organizzativo (33%), Allineamento strategico (17%), Coordinamento (17%).

La giovane età delle tecnologie di cui stiamo parlando, la loro attuale immaturità, unite al fatto che stiamo ancora cercando di capire per cosa utilizzarle, ci dimostrano che siamo lontani dal poter dare risposte certe e che sia veramente prezioso ampliare il punto di osservazione per cogliere la complessità del cambiamento che abbiamo solo iniziato a intravedere.

 

People first. Consapevolezza e competenze da costruire

Usciamo dagli slogan ed entriamo nei dati: «L’intelligenza artificiale non ti porterà via il lavoro, ma una persona che la utilizza potrebbe farlo»: in Europa questo scenario appare ancora lontano.

Ricerche internazionali parlano di un 2025 in cui tra il 75 e l’80% delle aziende americane stanno utilizzando sistemi di IA, rispetto ad un 70-85% di quelle asiatiche contro un 60-65% di quelle dell’Europa a 27.
Anche il Gallup Culture of AI Benchmark – Europe Report, racconta di paesi dell’EU in ritardo nell’adozione dell’IA rispetto ad Asia-Pacifico e Nord America: solo il 37% dei lavoratori europei mostra reale interesse verso l’intelligenza artificiale, contro oltre il 50% in altre aree del mondo.

Il problema non viene identificato come economico, ma culturale: resistenze al cambiamento, scarsa fiducia e bassa propensione all’innovazione.
Solo il 63% dei leader senior e il 67% dei manager di medio livello ritiene di avere le competenze digitali adeguate a guidare la trasformazione; percentuali che scendono ulteriormente tra i collaboratori individuali (61%).
Questo evidenzia un ritardo non solo tecnologico, ma manageriale e di mindset.

Il vero nodo è l’engagement: in Europa solo il 13% della forza lavoro risulta pienamente coinvolta, il dato più basso al mondo. Una forza lavoro poco ingaggiata è anche meno propensa ad adottare nuove tecnologie.
E da qui nasce un nuovo sentimento diffuso: la FOBO (Fear of Becoming Obsolete), la paura di diventare obsoleti in un contesto che cambia troppo in fretta.

Come ha ricordato Dario Amodei, CEO di Anthropic, l’impatto dell’IA sarà profondo in settori come tecnologia, finanza e diritto, ma molti lavoratori non se ne rendono ancora conto: “Sembra qualcosa di lontano, quasi irreale, finché non se ne vedono le conseguenze”.

 

Tech first: quando è la tecnologia a guidare

Stanno facendo notizia le numerose aziende che hanno scelto, al momento, un approccio strategico AI-first, ponendo l’intelligenza artificiale al centro dei processi decisionali e produttivi e dando priorità ad enormi investimenti in tecnologia rispetto a nuove assunzioni.
È il caso di Duolingo, che ha deciso di non assumere più freelance per attività automatizzabili e di limitare le nuove assunzioni nei team, a meno che non si tratti di ruoli dimostrati insostituibili dagli algoritmi. “Inizia con l’IA per ogni attività” è la nuova filosofia dell’azienda, che ha già raddoppiato la propria offerta con 148 nuovi corsi di lingua.

Anche Salesforce, come ha dichiarato il CEO Marc Benioff, arriverà a svolgere “fino al 50% del lavoro grazie all’IA”, e questo comporterà 4.000 licenziamenti.

Quali le prime conseguenze?

Meno lavoro

Le ricerche di Harvard e Stanford mostrano che la transizione tech first colpisce soprattutto i profili junior, con un calo del 13% dell’occupazione nei ruoli più esposti all’automazione e del 40% nelle nuove assunzioni in settori come commercio e servizi.
Il rischio non è solo occupazionale, ma generazionale: meno opportunità di ingresso e crescita per i giovani, e quindi minore mobilità sociale nel lungo periodo.

Lavoro diverso

L’IA accelera i risultati, ma ridefinisce anche il valore del lavoro umano: dalla mera esecuzione alla creatività, dalla produzione alla relazione.

A chi far fare cosa?

Lo State of AI in Business 2025 del MIT mostra nuovi dati: per attività complesse e relazionali (come la gestione clienti o progetti), il 90% dei rispondenti preferisce ancora un essere umano; ma per compiti rapidi e operativi, il 70% affida già il lavoro all’IA.
Un equilibrio che ottimizza l’efficienza, ma rischia di ridurre le esperienze formative proprio per chi sta iniziando la carriera.

 

Il nostro punto di vista: miti da sfatare

Per ZaLa Consulting, ci sono due grandi miti da superare.

Primo mito: l’IA sostituirà la maggior parte dei lavori.
In realtà, i licenziamenti legati all’IA generativa sono stati finora limitati e concentrati in pochi settori già automatizzati.
Non c’è ancora consenso tra i dirigenti su come evolveranno i livelli di assunzione nei prossimi anni: il futuro resta incerto e in costruzione.

Secondo mito: l’ostacolo principale all’adozione dell’IA è tecnico o legale.
In verità, il limite più profondo è organizzativo: molti strumenti di IA non si integrano ancora efficacemente nei flussi di lavoro.
Il progresso non dipende solo dalla potenza dei modelli, ma dalla capacità delle imprese di ripensare processi, ruoli e culture in modo collaborativo.

Un esempio interessante arriva da Moderna, che ha deciso di unire i dipartimenti Tech e HR, in collaborazione con OpenAI.
Non si tratta solo di una fusione organizzativa, ma di una mossa strategica per colmare il divario tra chi costruisce la cultura aziendale e chi sviluppa i sistemi che la sostengono.
L’obiettivo è superare la tradizionale distinzione tra workforce planning (compito dell’HR) e technology planning (compito dell’IT), per evolvere verso un approccio integrato di work planning: una pianificazione del lavoro che intreccia persone e tecnologia.

 

Conclusioni – Un equilibrio da costruire

Il futuro del lavoro non è scritto: saranno le nostre scelte a far accadere un futuro o un altro.
L’IA è un sistema giovane, immaturo eppure già profondamente intrecciato alla nostra quotidianità. Richiede attenzione, consapevolezza ed etica.
Come ricorda la scienziata Fei-Fei Li, “l’intelligenza artificiale dovrebbe sempre migliorare le capacità umane, non competere con esse.”

In definitiva, la sfida non è scegliere tra People first o Tech first, ma integrarle in modo unico e originale.

“L’intelligenza artificiale trasformerà le economie e farà crescere i mercati nel loro insieme, ma la differenziazione duratura, il vantaggio competitivo sostenibile, nascerà dalla creatività e dalla passione umana” (cit. Why AI Will Not Provide Sustainable Competitive Advantage)

Mara Carotenuto – Communication & Learning Specialist, ZaLa Consulting s.r.l

Laura Zanfrini – CEO e Digital Transformation Senior Advisor, ZaLa Consulting s.r.l

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